Welfare aziendale: la chiave per arrivare allo Smart Work

Welfare aziendale: la chiave per arrivare allo Smart Work

Lo Smart Work compare per la prima volta nell’ordinamento italiano nel 2014 e viene definito come: “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell'attività lavorativa.”

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La percezione del welfare in Italia è cambiata a seguito di tendenze irreversibili. Ci troviamo in un periodo storico in cui c’è un aumento della vita media, unito al “taglio” delle famiglie sul numero dei figli. Una svolta c’è stata anche dal punto di vista del genere, con il crescente numero di donne al lavoro (ma anche di nonni al lavoro, visto l’innalzamento dell’età pensionabile). L’immagine della famiglia “di una volta” quella ampia e allargata è destinata a sparire, quella famiglia che serviva da sostegno naturale per nonni, figli e nipoti. Ecco perché, negli ultimi anni, il welfare è tornato a essere un tema di attualità.

Prima di parlare di smart working va detta una cosa importante: i servizi di welfare sono una domanda di tutta la popolazione aziendale, che va oltre le caratteristiche sociali e economiche, genere ed età del singolo dipendente. Il welfare non può però essere uguale per tutti, altrimenti risulterebbe inefficace e dispersivo e i servizi sarebbero considerati non essenziali da chi ne dovrebbe beneficiare.

Conoscere invece i bisogni dei dipendenti in ogni fase della loro vita, consente all’azienda di creare un sistema performante. Ottenendo così soddisfazione e produttività dai propri dipendenti che si traducono in risultati economici. Il welfare rappresenta una leva strategica di vantaggio competitivo, ma non solo. Lo smart working è una risorsa per l’azienda e gli ultimi mesi segnati dal Covid-19 ne sono stati esempio lampante.

Il Fatto Quotidiano già dal 24 febbraio riportava come alcune delle più grandi multinazionali della Lombardia, avevano sin da subito deciso di puntare sullo smart working. Evitando così anche di far correre inutili rischi ai propri dipendenti, pur cercando comunque di far fronte alla situazione. Intesa Sanpaolo, Banco Bpm, Zurich, Enel, Eni e Saipem solo per citare le più grandi hanno disposto il lavoro telematico in tutte le zone colpite dall’emergenza(sino a quel momento), riuscendo così a non paralizzare le società guardando anche alla salute dei propri dipendenti.

 

Tramite il welfare aziendale si arriva allo smart working: cosa cambia per la popolazione aziendale?

 

Il 45,7% dei dirigenti delle maggiori aziende italiane si dichiara interessato ai servizi per accedere e gestire lo smart working, il quale rientra nella concezione più estesa di benessere come gestione della vita lavorativa, che richiama ad un’idea più ampia ed attuale del concetto di welfare aziendale. Prevedendo un’organizzazione sia del posto di lavoro sia dell’orario, la produttività nelle aziende che sfruttano il “lavoro agile”, è cresciuta del 15% (non solo, in un’ottica green si riducono anche le emissioni).

Quindi l’idea dietro allo smart work è quella di proporre autonomia nei modi di lavorare per poter raggiungere risultati prestabiliti dall’azienda. Attraverso il ripensamento delle modalità delle attività lavorative a partire dagli spazi aziendali, dai concetti e dai modelli ormai inadeguati al cambiamento che segue principi come personalizzazione, flessibilità e potenzialità.

 

Quello che stiamo sfruttando adesso non è “l’originale” smart working

 

C’è bisogno di un percorso che porti ad un profondo cambiamento culturale dettato dall’evoluzione dei modelli organizzativi aziendali: il punto di partenza è il welfare aziendale. Questo perché ciò che abbiamo sperimentato non è lo smart working per come era stato concepito.

Quello che abbiamo fatto fino ad ora è stato semplicemente etichettare il lavoro da casa come smart working, ma in realtà di “smart” ha avuto poco. L’orario di lavoro non è diminuito, anzi, in molti casi è aumentato e i datori di lavoro stessi si aspettano più lavoro e in meno tempo dato che si è in casa: se prima la fine della giornata lavorativa era alle 18 o alle 19, adesso molto spesso coincide con la cena, se non addirittura oltre.

Occorre evitare di pensare che questo sia smart working, perché semplicemente non lo è. Lo Smart working è un’idea di lavoro avanzatissima, che ha bisogno di un percorso ben strutturato per divenire reale. Ed è proprio il welfare aziendale la struttura da cui partire, il quale offre vari servizi che servono per accompagnare l’ambiente aziendale verso quella mentalità, per poter arrivare a quello che potremmo tranquillamente definire il modello del futuro modo di lavorare in azienda.

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